Quando le parole sono come sabbie mobili

di

Ma quanto sono felici i nostri giorni?

“Eh, sì, se solo avessi il coraggio di star sola, voglio dire di muovere la lingua senza un’anima che mi stia a sentire. (Pausa), Non che m’illuda che tu stai a sentire tutto, Willie. Dio me ne guardi.(Pausa).Certi giorni, forse, non senti addirittura niente. (Pausa). Ma ci sono anche certi giorni in cui rispondi.”
Pubblico numeroso e attento, e nessuna aspettativa delusa. Nicoletta Braschi è imagesSI (1)deliziosa nelle vesti di Winnie, protagonista di Happy Days commedia in prosa in due atti di Samuel Beckett. La Fondazione Salerno Contemporanea ha presentato il lavoro diretto da Andrea Renzi nella Sala Assoli del Nuovo di Napoli dal 6 al 15 dicembre2013. In collaborazione con Melampo/Fondazione Teatro Stabile di Torino, è stato riproposto il famoso testo degli anni’60 lasciando intatte tutte le intenzioni dell’autore. Tradotto da Carlo Frutteto, scene e costumi sono curati da Lino Fiorito, che strizza l’occhio alla femminilità di Marilyn Monroe, in una scena poetica, dove Willie sembra emergere da un quadro di Renoir. Willie è interpretato da Roberto de Francesco e la pesantezza dell’esistenza, di chi si è rintanato dentro uno iato di silenzio claustrofobico, arriva tutta.
“…in qualunque momento, anche quando non rispondi e forse non sentì niente, posso dire. …Mentre se tu dovessi venire a morte… (sorride) … per dirla nel vecchio stile… (il sorriso cade) …o andartene e lasciarmi, che cosa farei, io, che cosa potrei mai fare, tutto il giorno, voglio dire, tra il campanello del risveglio e quello del sonno ?”
Il rapporto con l’altro, l’immobilità tra i due protagonisti è quasi snervante mentre la platea è calamitata dalla luce, dalla vita della Braschi. L’identificazione con le nostre esistenze è pesante da reggere e da accettare. L’ironia di Beckett è resa in ogni sottotesto. La tragedia dell’uomo contemporaneo è dichiarata nella disperazione che di tanto in tanto emerge dai muscoli facciali di una Winnie bella e giovane, e proprio per questo contemporanea.
L’identificazione proiettiva è palese. Le donne in sala toccano le loro borsette, simbolo dell’attaccamento agli oggetti per mascherare solitudini e paure, proprio come la protagonista sulla scena, semisepolta da una roccia che la inghiottirà quasi del tutto. Quando Willie compare vestito di tutto punto, strisciando nello sforzo di avvicinarsi alla sua meta e metà, sarà forte il senso di un oggetto di scena… Uno spettatore grida: sparale!
Un “monologo” tosto da reggere perché non è la storia di un marito e una moglie stanchi nella loro relazione, ma è l’analisi senza sconti di una umanità incapace di toccarsi. Senza confronto non c’è polarità. Senza polarità non c’è dialettica. Senza dialettica non c’è storia.

Non sprechiamo una sana riserva quotidiana di parole, perché un giorno, per trovargli un senso non resterà che “guardare davanti a me con le labbra serrate.”.

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