Virginia e sua zia di Santanelli

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“La vita è delle zoccole. Come dice il proverbio. Chi non risica non rosica, e qual è l’animale che rosica?” Venerdì 10 gennaio 2014 presso il Palazzo Principe di Canneto, ha trovato un nuovo luogo, METIS, che tra un corso di Yoga e un laboratorio di counseling filosofico ha prestato il suo spazio per la messa in scena di Virginia e sua zia.

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L’appuntamento con un tale Filippo “Ge” Montella è il pretesto esterno intorno a cui far ruotare la storia delle vergini “Virginia e sua zia”. Potremmo dire, anzi, che Virginia “è” sua zia, poiché ciò che va in scena del godibile testo di Manlio Santanelli, è la dialettica della quotidiana solitudine di una donna legata al rapporto di dipendenza con la propria figura genitoriale. Virginia, tra un attaccapanni e un tavolino pieno dei piccoli attrezzi di una educata bellezza, parla, scherza, veste e riveste le sue intenzioni, mentre racconta episodi della sua vita, sperando di aver trovato la “sistemazione” giusta. Ovviamente viene per l’ennesima volta disillusa da chi è più furbo di lei. Ma fin qui, siamo nell’ordinario, è la scelta di uno strumento musicale e della presenza scenica della sua interprete a rifondare una storia come tante. Tina Femiano, diretta da Mario Gelardi, da vita al tragicomico di un monologo, ripensato Da Gelardi, come davanti ad uno specchio dell’anima che ha la forma di un violino. Aurora Sanarico e la sue note essenziali elargiscono un über, un “oltre”, una profondità, una obliquità particolare perché speciale.“Sul chi nun se vo bene se po trattà all’inglese –grazie, scusa- ma chi se vo bene ogni tanto saddà mannà a fan culo!” La forza delle parole, a ritmo del vigore di una nota sparge scintille di luce perché “l’anima è formata da tante piccole celle luminose”, e ciò che resta di una storia qualunque è proprio il suono di una corda del cuore.

 

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