Storie fatali di ordinaria burocrazia

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Una volta si diceva: “I ministri passano, i direttori generali restano”. Poi, nel 1997, ci fu la riforma Bassanini della Pubblica amministrazione. Qualche scossone alla dirigenza pubblica ci fu, ma la casta dei burocrati di stato non fu scalfita. Riuscì a mimetizzarsi continuando a fare quello che aveva sempre fatto: provare a surrogare artatamente la per comandare. Le generalizzazioni sono sempre ingiuste. Tanti funzionari  provano a fare il loro mestiere al meglio. S’impegnano nella salvaguardia degli interessi del Paese, senza creare problemi al cittadino, anzi provando ad agevolarlo nei limiti del possibile. Ma spesso il pretesto della “tutela” dello Stato –  che poi vuol dire  soprattutto salvaguardia personale del dirigente, o funzionario preposto – porta alle aberrazioni di cui un po’ tutti i cittadini sono a conoscenza.  A volte si forma una catena di de-responsabilizzazione che conduce a scaricare in alto o in basso, secondo il caso,  quelle che sono responsabilità soggettive proprie della funzione che si svolge. Inoltre, si richiede al cittadino  tutto e di più in fatto di garanzie per un atto da compiere o per ottenere dalla Pubblica amministrazione una licenza o altro.

Nel villaggio globale dell’economia conta molto l’efficienza della Res pubblica. Puoi ottenere anche in un sol giorno la tal licenza per aprire un’attività commerciale, se però  poi  nel cerchio magico in cui ti vieni a trovare il giorno dopo ci sono le proverbiali lentezze dei mille visti amministrativi e dei mille e più giorni per ottenere una sentenza  di primo grado dalla magistratura, allora parti con uno svantaggio abissale rispetto ai tuoi concorrenti europei.  Sul piano politico tutti sono d’accordo a colpire e sradicare  la mala pianta della burocrazia. Il presidente del Consiglio Renzi lo ripete a più non posso. Gli fa eco Silvio Berlusconi. Non basta la volontà per riuscirci. C’è bisogno che le leggi vengano scritte in modo diverso, che la Pubblica amministrazione si fidi del cittadino, che per cambiare si parta dall’analisi di storie concrete di burocrazia esiziale.

La lettera della compagnia di assicurazione parla chiaro. Niente da fare in fatto di altre coperture assicurative se non si smonta il castelletto di fideiussioni  che ha raggiunto il tetto di nove milioni di euro. Ciò vuol dire che l’Organizzazione dei produttori non potrà chiedere l’anticipo per proseguire il programma finanziato da Bruxelles. Le conseguenze non ci vuole la zingara per immaginarle. Tra posti di lavoro a tempo indeterminato e l’indotto parliamo di quasi cento famiglie che sono in procinto di finire sul lastrico. Ma come hanno fatto a raggiungere così alti livelli di coperture? Hanno semplicemente svolto e concluso, con relativo collaudo certificato dagli organi competenti, i lavori per cui avevano ottenuto il finanziamento. Manca solo la certificazione antimafia. La stanno attendendo da quasi tre anni. E’ una storia che si ripete. Questa organizzazione, ma non solo questa in verità, molto ramificata sul territorio, per ottenere una certificazione mediamente deve attendere tre anni con costi economici enormi non giustificabili a Bruxelles. C’è un pacco di lettere inviate alle istituzioni che testimonia l’impegno dell’Organizzazione dei produttori a voler risolvere il problema. Missive spedite all’allora ministro dell’interno Giuliano Amato e per conoscenza al prefetto di Roma,  Achille Serra, eppoi a Maroni e via dicendo. Le risposte, in puro stile burocratico, parlano d’impegno a risolvere la questione sollecitando, in questo caso, il prefetto sottoposto, che a sua volta solleciterà l’ufficio preposto, che a sua volta… Insomma, una catena di Sant’Antonio senza fine. Il ministro delle Politiche Agricole,  Maurizio Martina, farebbe bene ad andare a fondo alla questione,  anche perché nella situazione descritta si trovano diversi altri Consorzi agricoli e non solo.

Al danno si aggiunge la beffa. Secondo una memoria preparata da illuminati giuristi, mentre c’è un dispositivo giuridico che “impone l”acquisizione della certificazione e dell’informazione prefettizia, prima di procedere alla erogazione del contributo, non risulta base giuridica per la quale possa giustificarsi il trattenimento  dei titoli di cauzione oltre certi termini di legge”. Ovviamente i termini, nel caso in questione,  sono abbondantemente superati. E come risponde la “burocrazia” competente difronte alle sollecitazioni, petizioni, ingiunzioni, raccomandazioni? A volte con le stereotipate lettere  già riportate, più spesso con il silenzio. Perché, come diceva Charles De Gaulle, “Niente rafforza l’autorità quanto il silenzio”.

Ma non è finita. Dopo battaglie interpretative durate anni, pareva che la questione IVA che affliggeva queste organizzazioni, la possibilità cioè di avere il rimborso dell’IVA sui programmi europei, fosse diventata una realtà. Sospiro di sollievo e primi soldi  entrati nelle casse. Altri paesi dell’Unione europea, che svolgono lo stesso tipo di programmi comunitari, hanno nella loro legislazione l’esenzione. L’Italia no, ma pareva che il rimedio fosse stato trovato. Poi la doccia gelata: per un ufficio tributario, che pure aveva dato un primo preventivo ok per il rimborso, indietro tutta, la cosa non si può fare.

Il presidente Renzi, giustamente, ha imposto il saldo dei debiti  della Pubblica amministrazione, che ammontavano a 68 miliardi di euro. Certo, sarebbe interessante fare un po’ di calcoli di quanti posti di lavoro verrebbero salvati se le storie di “ordinaria follia burocratica”, tipo quella citata, fossero risolte.

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