Soltanto una partita di pallone…

Un evento sportivo si trasforma in guerriglia urbana e le istituzioni rispondono con il solito scaricabarile

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“Quanto sei bella …”. Ma anche Napoli, Firenze, Amsterdam e chi più ne ha più ne metta. Questa “bellezza” non può essere deturpata per una partita di pallone. E, in un attimo, diventare “’na carta sporca…”, come nella canzone di Pino Daniele.  Stavolta è capitato alla fontana della Barcaccia di Pietro e Gian Lorenzo Bernini, datata 1629, ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti a Piazza di Spagna. Un vero e proprio “stupro di una delle cinque piazze più importanti del mondo”, lo definisce Claudio Parisi Presicce, sopraintendente capitolino ai Beni culturali. Gli stupratori sono gli hooligan olandesi del Feyenoord. Mille “tifosi” (sic!) ubriachi, violenti, armati che con  lo non hanno niente a che vedere, mettono in ginocchio una città. E per fortuna,  è il caso di dirlo, non c’è stato confronto-scontro con le tifoserie della Roma. Meglio non pensare a ciò che sarebbe accaduto.

Il fatto non poteva non sollevare polemiche politiche. Il Sindaco di Roma se la prende con il Questore, l’opposizione con il Governo e con il ministro . Solita tarantella alla ricerca di responsabilità nella gestione dell’ordine pubblico. A mente fredda si potranno pure individuare lati deboli nella coordinazione dell’evento.  Il fatto allucinante è che una partita di pallone non può trasformarsi in una tragedia con danni irreparabili ai monumenti, con 31 agenti e 9 carabinieri feriti, con 23 arresti e 25 denunziati e con il questore, Nicolò D’Angelo, che sostiene che poteva andar molto peggio: ci poteva scappare il morto.

Rita Pavone, con Gianni Morandi, tanti anni fa, cantava la canzone “la partita di pallone”. “Perché perché la domenica mi lasci sempre sola, per andare a vedere la partita di pallone…perché?”. Per la Pavone poteva essere una scusa per andare a fare altro. Appunto, per gli hooligan, non solo olandesi, il calcio è diventato qualcosa che con lo sport non c’entra un fico secco. Una giustificazione, un alibi per scaricare tensioni e rancori. Insomma, problemi psicologici che vanno curati. E’ una questione che riguarda la psicologia di gruppo che fagocita le personalità più deboli trasformandole in pericolose bombe umane. Proprio tutto il contrario di quello che dovrebbe essere lo sport vero: divertimento, solidarietà, sana competizione, lealtà, ecc..  Aggiunte alle azioni penali c’è bisogno di terapie di gruppo che vanno imposte ai “tifosi” –  anche in modo preventivo –  che si distinguono  in azioni violente. Una sorta di corsi di aggiornamento deontologici che la legge prevede, per esempio, per i giornalisti.

Vanno bene i “daspo” per allontanare i violenti dagli stadi. Come pure il rafforzamento delle regole europee di collaborazione tra le polizie per evitare drammi a monte e a valle degli eventi sportivi. Sicuramente per ridurre il fenomeno c’è bisogno di più cultura nello sport, a partire da quelli più diffusi, il calcio in primis. E qui il discorso si complica, perché spesso esula dallo sport ed entra in altri giri, quello  del business, degli affari leciti e non. Ritorna il dubbio della canzone di Rita Pavone sul pretesto  della partita di pallone per fare ben altro.

Negli anni ottanta ci furono gli arresti negli spogliatoi per il primo caso eclatante di calcio scommesse. La storia puntualmente si ripete arrivando ai nostri giorni. Non sempre la dirigenza della Figc è stata all’altezza del suo compito. Certe telefonate diffuse in questi giorni di influenti consiglieri nazionali, dalla fedina sportiva non limpida, la dicono lunga sullo stato del calcio professionistico nel nostro paese.  “’O pesce fete d’ ‘ a capa”, cita un vecchio detto napoletano.  Finché si avrà, anche a torto, questa sensazione, proporre il cambiamento sarà impossibile.

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