Trump e il licenziamento del direttore FBI

A cura di Elia Fiorillo
. È rimasto letteralmente basito il direttore dell’Fbi quando si è reso conto che le notizie rilanciate dalle televisioni americane non erano le solite bufale a cui era abituato. No, il comunicato del suo siluramento era vero.

Il presidente Trump aveva deciso di botto, e che botto, di liquidarlo senza neanche una telefonata di preavviso. Cancellato da quel ruolo, così strategico e di potere, con una semplice lettera a sua firma. Arrivederci e – nemmeno – grazie. La colpa “formale” che si addebitava al potente James Comey era quella di avere, tra l’altro, in campagna favorito Trump a scapito della sua concorrente . Nel senso che non doveva, a undici giorni dal voto, riaprire il caso delle comunicazioni riservate d’interesse nazionale fatte circolare con email personali dell’allora segretaria di stato . Hilary e i democratici sono convinti che l’operazione fatta da Comey ad urne quasi aperte l’abbia penalizzata, facendole perdere le elezioni. Insomma, Trump, secondo questa versione, ha fatto di un’ingiustizia, a suo vantaggio, subita dalla rivale alla presidenza. Che uomo, che presidente! Se l’ingiustizia c’era stata però un risarcimento alla ci sarebbe voluto. Rifare le elezioni manco a parlarne, ma proporle qualche incarico di prestigio sarebbe stato un segno di reale volontà risarcitoria. A Hilary poi la decisione di accettare o meno. Non si capisce bene però la mossa di James Comey della riapertura dell’inchiesta sulla . Un aiutino a Trump nella certezza che una volta eletta la signora presidente lui avrebbe perso l’incarico? O troppo scrupolo investigativo? Che poteva però attendere altri undici giorni per non turbare l’andamento delle elezioni. Per John McCain repubblicano, ex candidato alla casa bianca, “Il tema è la Russia adesso. E Hillary dovrebbe capire che le elezioni sono passate, è il momento di procedere oltre”. Certo, però alla prima donna che stava per entrare da presidente alla Casa Bianca è un po’ difficile farle pensare altro.

Ingenuo o scaltro James Comey? Comunque, il 20 di marzo in un’audizione al Congresso aveva confermato che si stava indagando sui rapporti tra lo staff di Trump e quello di Vladimir Putin. Pare anche che l’ex capo del Federal Bureau avesse chiesto al più mezzi, più risorse per accelerare l’esame del dossier russo. Secondo però Jeff Sessions, che è il titolare del dicastero della Giustizia, si tratterebbe di una bugia che ha smentito con sdegno.

Proviamo a ragionare per ipotesi. Se Comey avesse realmente riaperto le indagini sulla candidata Hilary per aiutare Trump, proprio per provare ad allontanare da lui e dal suo Bureau questa nefandezza, non poteva non sbandierare ai quattro venti, e soprattutto al Congresso, il rafforzamento dell’indagine sui rapporti Trump-Putin. Ne andava della sua credibilità. Doveva dare l’idea al popolo americano che era un uomo, un investigatore tutto d’un pezzo che non si fermava davanti a nessun potere, nemmeno al presidente degli . Con il presidente, anche se non esplicitamente, avrebbe trattato. Sia a lui, Comey, sia a Trump, la provata ingerenza della Russia di Putin nelle elezioni americane non poteva far piacere. Proprio per questo avrebbe cavalcato le rivelazioni dei giornali ma senza spingersi oltre. Sempre che il presidente non gli avesse creato problemi. Chissà, forse il suo mito era John Edgar Hoover, suo predecessore, che era stato capo dell’Fbi dal 1935 al 1972 servendo ben 6 presidenti, da Franklin D. Roosevelt a Richard Nixon. Peccato che il mandato non era più a tempo indeterminato come una volta ma dopo dieci anni bisognava fare le valigie.

Trump tutte queste ipotesi non le ha fatte. Da “padrone” ha preso carta e penna e ha mandato a casa il direttore, senza porsi il problema delle conseguenze. La prima è che quasi certamente verrà formata una parlamentare speciale per indagare sulle attività della Russia. Qualcosa di simile avvenne per il caso Watergate che costrinse Nixon alle dimissioni. E sarà difficile a questo punto che il presidente possa nominare all’Fbi un suo uomo di fiducia come Rudy Giuliani, ex sindaco sceriffo di New York. Diceva Harry Truman: “Un presidente deve capire la politica per governare, ma può essere eletto anche se ciò non accade”. Sembra proprio che Truman pensasse a un tipo di presidente come The Donald.

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