Il “mestiere” del sindacalista, oggi

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I mestieri cambiano, si evolvono, a volte scompaiono. Ce ne sono alcuni però che nella loro intima essenza non potranno mai mutare.
Mi riferisco all’attività del “sindacalista” che in verità un mestiere non è. E’ passione, vocazione, sacrificio a
favore soprattutto di “quelli che non hanno voce” per raggiungere, fra l’altro, una più equa distribuzione del reddito. Per combattere i soprusi, per valorizzare e dare dignità al . Certo, il corporativismo ottuso che non tiene conto delle altre realtà lavorative, di altri interessi, è sempre dietro l’angolo, ma proprio per combatterlo nacquero le Confederazioni sindacali.
Una volta le ideologie facevano la differenza. L’appartenenza a destra, a sinistra, al centro diventavano anche linee guida per condurre battaglie la cui matrice spesso più che sindacale era politica. Ma bisogna tener conto dei tempi, del contesto sociale in cui certi conflitti venivano condotti dal sindacato. C’è da dire che quando le ideologie imperavano uomini come Luciano Lama, segretario generale della Cgil dal 1970 al 1986, qualche forzatura
la praticavano sui diktat dei partiti di riferimento. Nel caso in questione del PCI. Nel 1978 Lama, in un’ all’Eur, propose una politica di sacrifici volta a sanare l’economia italiana.
Rivedendo con ciò la posizione del sindacato sul salario come “variabile indipendente”. Fu anche contrario al diretto coinvolgimento del PCI e del PSI all’interno della CGIL. Per la la parola d’ordine è stata sempre “autonomia” dai partiti, ma anche da qualsiasi forma di potere. L’unico “padrone” che la ha sempre accettato è stato il “lavoratore”, sia operaio, docente universitario, bracciante agricolo, edile e via dicendo. Pierre Carniti, segretario generale della dal 1979 al 1985, si distinse, tra l’altro, per aver sostenuto insieme alla Uil il decreto di “S. ”, con cui il governo dell’epoca tagliò 4 punti percentuali della scala mobile. Proposta in parte
avanzata dall’allora consulente della Cisl Ezio Tarantelli, ucciso poi barbaramente dalle Brigate Rosse. Il PCI di Enrico Berlinguer, siamo nel 1985, propose un referendum abrogativo della norma che vide vincenti i “NO” per la cancellazione.

Il taglio rimase. Apparentemente quella soppressione era un danno per i che perdevano soldi in busta paga, con la riduzione dell’indennità di contingenza. Nei fatti un elemento che evitava al Paese, ed ai stessi, brutte sorprese per il futuro. Un esempio quello di come il populismo può essere sconfitto quando si ha il coraggio e la pazienza, andando contro corrente, di spiegare alla gente, senza remore ideologiche e soprattutto senza la paura di perdere consensi, la propria “verità”, anche se scomoda e penalizzante.
Allora la “globalizzazione” non c’era, anche se s’intravedeva all’orizzonte, e tutto sembrava essere gestibile “in famiglia”.

Con la caduta del Muro di Berlino, ma anche con le tecnologie sempre più avanzate, tutto è cambiato. E fare sindacato è diventato ancora più complesso e faticoso di un tempo. Ripeteva spesso don Lorenzo Milani, il prete scomodo di Barbiana, ai suoi allevi: “L’operaio conosce 100 parole, il padrone 1000, per questo lui è il padrone”. Forse più che mai oggi i sindacalisti, a tutti i livelli, hanno bisogno di . Sarà un’impressione sbagliata ma nell’ultimo ventennio la preparazione del sindacalista è passata in secondo piano. Probabilmente perché si entra in Sindacato già con titoli di studio elevati. Una cosa però è la scolastica un’altra è quella sindacale. Più che mai oggi con la globalizzazione imperante se non conosci lo stesso numero di parole del “padrone”, che spesso sono multinazionali o cose simili, sei tagliato fuori e con te quelli che rappresenti. Una volta parlare di “cogestione” o di altre forme di collaborazione con il padronato era una bestemmia.

Attualmente può diventare un’opportunità se però si hanno le basi per un alla pari, o quasi.
Certo, oggi ci sono i social media che possono aiutare la discussione tra lavoratori e sindacato. Ma una cosa insostituibile è il dialogo diretto tra l’iscritto e il sindacalista. Un rapporto unico che va coltivato giorno dopo giorno. Al di là dei servizi che le organizzazioni sindacali offrono all’utente, comunque c’è bisogno di percorsi di dialogo, di confronto, di ascolto con i soci, siano essi lavoratori attivi o pensionati. La carta vincente è questa, anche per isolare i faccendieri, soggetti che usano il sindacato per i loro interessi personali e il consenso se lo
costruiscono nel chiuso di quattro mura.

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