«Depistaggi ed errori, così è svanita la pista su Via D’Amelio»

Intervista al sottufficiale dei carabinieri Vincenzo Zurlo, autore del libro «Oltre la Trattativa» sugli anni delle stragi siciliane. «Gli spunti investigativi più interessanti non sono le intercettazioni di Graviano, ma l’informativa -appalti»

Una pista importante e, forse, fruttuosa che è stata lasciata morire. Un’altra, invece, probabilmente senza vie di sbocco scandagliata in lungo e in largo. In mezzo, i misteri d’Italia e la stagione delle stragi ricostruiti dal sottufficiale dei carabinieri Vincenzo Zurlo nel suo libro «Oltre la Trattativa» (Iuppiter Edizioni). Un’opera che – dice Zurlo – punta a offrire una visione alternativa di quella che è la «narrazione» contemporanea resa celebre dal cortocircuito mediatico giudiziario.

Leggendo il suo libro non c’è il rischio di alimentare ancor di più il complottismo attorno alla stagione delle stragi?
«Non credo, anzi. In realtà complottismo e depistaggio è tutto ciò che c’è stato fino ad ora. La gente dimentica che è passato un quarto di secolo senza alcuna verità, senza un movente e con piste investigative colpevolmente mai seguite dai magistrati. Inoltre, una attenta lettura del libro fornisce una inedita e corretta visione dei fatti, non solo per quanto riguarda il movente delle stragi, ma anche la triste scoperta che probabilmente la verità è stata scritta in più atti giudiziari prodotti non solo nelle aule di tribunale siciliane, ma anche continentali. Poi c’è un dato assolutamente forte, ci sono autorevoli sentenze che escludono categoricamente l’esistenza della trattativa, accreditando quella mafiosa come l’unica strada percorribile».

Che legame c’è, secondo lei, tra Tangentopoli e la stagione delle stragi?
«Se per Tangentopoli intendiamo la “Mani pulite” milanese, credo nessuno. Se invece intendiamo l’indagine “mafia-appalti”, direi proprio che siamo nel cuore del problema. “Mafia-appalti” è un dirompente rapporto giudiziario confezionato dal Ros di Mori e De Donno, sotto la guida di Giovanni . Già dal 1989, cioè ben 3 anni prima della “Mani pulite” milanese, vi si provava l’esistenza di un comitato d’affari a cui insieme a Cosa Nostra sedevano importanti imprenditori anche nazionali. Giuseppe Giaccone, sindaco di Baucina, spiega che è una filiera poco etica dove alla mafia non sfugge nulla: dall’aggiudicazione alla realizzazione, dalla progettazione al ferro, dalla messa in opera al cemento. In Sicilia ogni anno venivano aperti decine e decine di cantieri con importi che partivano da 50 miliardi di lire per arrivare ad essere quanto meno decuplicati dopo inutili varianti. Su tutto ciò aveva lavorato Giovanni con il Ros, e, su questo, dopo la strage di Capaci lavorava in gran segreto . Ma questa indagine morirà praticamente in via d’Amelio perché il discusso procuratore Giammanco ne chiederà l’archiviazione 48 ore dopo la morte di Paolo . Archiviazione che arriverà in un anonimo 14 agosto 1992, quando le procure sono praticamente vuote».

Che cosa pensa della nuova indagine per strage a carico di Silvio Berlusconi?
«Ritengo sia una sciocchezza questa chiamata fatta a carico di Berlusconi così come ritengo essere una sciocchezza il polverone illo tempore sollevato sul Presidente Napolitano. In particolare la vicenda Berlusconi è grottesca, uno perché non è chiaro il contenuto dell’intercettazione; due, perché in altri atti si capisce che Graviano sappia di essere intercettato per cui il contenuto va valutato con un’attenzione che penso la procura non abbia avuto. In realtà poi l’intera vicenda Graviano mi deprime un pochino, se penso alle lezioni di Falcone e Borsellino, a come e quanto hanno coltivato la cultura della prova a differenza di Ingroia e Di Matteo che ci hanno lasciato solo l’innamoramento per un improduttivo teorema. Valga per tutti l’esempio del maxi processo, in meno di sei anni è stato celebrato primo grado, secondo e cassazione. Se in questo processo dopo sei anni non siamo arrivati a nulla è perché Ingroia e Di Matteo si sono affidati ad un inattendibile Ciancimino; hanno estrapolato una frase (nemmeno certa!) da un improbabile Graviano cercando di dimostrare una inverosimile trattativa».

Chi dovrebbe pentirsi, affiliato a Cosa Nostra, per avere davvero la verità su quegli anni ora che Riina e Provenzano sono morti?
«Sarebbe stata una gran cosa il pentimento di Riina o Provenzano, in mancanza spetta alla magistratura fare le indagini e consegnare la verità. L’unico dato certo è che le indagini sono state condotte in modo pessimo. Personalmente, ritengo che ci siamo arenati nella ricerca di un mandante esterno, come se cosa nostra non fosse abbastanza forte da lanciare una sfida allo Stato. Del resto non è la prima volta che ha scatenato offensive nei confronti dello Stato. Basta ricordare Rocco Chinnici, Cesare Terranova, Rosario Livatino, Boris Giuliano, Ninni Cassarà, Emanuele Basile, Piersanti Mattarella, per citarne solo alcuni. Per ritornare alla domanda, probabilmente noi cerchiamo una risposta che non esiste, perché cerchiamo altro oltre la mafia e ci siamo fatti affascinare dai “mandanti occulti”. Lo stesso Giovanni Brusca, collaboratore attendibile, al tempo sanguinario killer, elemento di vertice dell’organizzazione perché capo mandamento, non sa aggiungere nulla di più alle motivazioni interne a Cosa Nostra per le stragi del ’92».

Nel libro c’è spazio per una intervista a Ingroia che però appare meno arrembante di un tempo: secondo lei, si è pentito del processo?
«Non credo che si sia pentito, probabilmente con il senno di poi non investirebbe a scatola chiusa su una persona improponibile come Ciancimino. Sicuramente Ingroia oggi è una persona diversa, per professione siede dall’altro lato dell’aula ed ha una visione più completa del fenomeno, una persona che sa che in Italia esiste un problema “giustizia” da affrontare perché non è più differibile. Se mi permette vorrei, anche per evidenziare il black-out mediatico giudiziario di questo processo trattativa, soffermarmi sulle dichiarazione di Fiammetta Borsellino, figlia minore dell’eroe di via D’Amelio che dopo 25 anni ha avuto la forza ed il coraggio di parlare di “depistaggi della magistratura”. Ecco, io per far luce su quegli anni bui partirei proprio da questo, dall’indagine mafia-appalti frenata dal tanto discusso procuratore Giammanco e da chi (Nino Di Matteo in primis) ha avuto fretta di scrivere una verità, quella di Scarantino, rivelatasi del tutto farlocca».

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