Il rapporto Censis e le fake news in politica

fake news – a cura di Elia Fiorillo
Una volta si chiamavano “bufale”. Oggi hanno preso il nome di “fake news” ma parliamo della stessa identica cosa. A forza di ripeterle si ottiene il risultato voluto: si allargano a macchia d’olio. Basta essere insistenti. Con internet e i social-media poi tutto diventa più facile: un clic ed è fatta.

 

 

Certe fake news portano alla diffamazione  che è un’arma sottile che ti ritrovi anche nella vita di tutti i giorni. Spesso non si riesce a combatterle perché a forza di ripeterle si trasformano in “verità” popolare: “vox populi, vox Dei”. Un soggetto che a – e non solo – fa paura è lo jettatore. Un nemico può essere combattuto attribuendogli proprietà di menagramo. Lo asserisci oggi eppoi domani, con  riferimento a qualche combinazione spiacevole, e il gioco è fatto per l’eternità.

 

Ci sono molti in politica di questi tempi che gridano alle “fake news”.  Ipotizzano iniziative di “controinformazione”, per usare un termine coniato negli anni settanta. Eppure, non si rendono conto che anche loro sono propalatori di notizie quanto meno discutibili. A forza di ripeterle, come per la diffamazione, non  si consolidano nell’opinione pubblica ma hanno l’effetto contrario.

Ripetere in campagna elettorale che una volta che si andrà al Governo si ridurranno d’amblé le tasse, senza tener conto del debito pubblico alle stelle è mentire, sapendo di mentire. Come usare slogan che dovrebbero essere accattivanti per gli elettori: più , crescita dell’economia, benessere a gogò o cose simili. Bisognerebbe fare proprio l’inverso. Raccontare la verità. E, cioè, che abbiamo un debito pubblico fuori norma, che in Italia non s’investe perché – tra l’altro – c’è il terrore  di una burocrazia che più burocrazia non si può e di una magistratura che ha tempi biblici, al di là delle problematiche fiscali e via proseguendo. Ovviamente ipotizzando proposte per il cambiamento.

Bisognerebbe anche raccontare che primarie ditte italiane scelgono l’estero per le identiche motivazioni. Non è sempre vero che chi va fuori dall’Italia lo fa solo per sporchi interessi, perché non è affezionato al nostro Paese. Quando ti trovi in un mondo senza più barriere e protezionismi nazionalistici, quando la globalizzazione è una realtà, se vuoi stare in campo e giocare ti devi adattare.

Insomma, bisognerebbe fare un’inversione di tendenza. Passare dalle accattivanti e menzognere proposte elettorali, in cui tutto potrà essere “meraviglioso” se la forza politica che le ipotizza andrà al governo – del Comune, della Regione o del Paese –, a  raccontare la realtà. Dove non trovi tutte rose e fiori. E non si escludono  interventi radicali da “lacrime e sangue” per evitare il naufragio. Chissà, forse l’elettorato, al di là di quello che pensano gli addetti alla comunicazione dei partiti, s’interesserebbero  di più a certe questioni.

L’ultimo rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese racconta, con dati alla mano, come stanno le cose. L’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel , il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni. Il 60% è insoddisfatto di come funziona la democrazia nel nostro Paese, il 64% è convinto che le esigenze dei cittadini non contino nulla, il 75% giudica negativamente la fornitura dei servizi pubblici. Sono dati che non lasciano dubbi di come i cittadini  vedono la politica. Un mondo a sé che vive per sé. “Non sorprende – sottolinea il Censis – che i gruppi sociali più destrutturati dalla crisi, dalla rivoluzione tecnologica e dai processi della globalizzazione siano anche i più sensibili alle sirene del populismo e del sovranismo. L’astioso impoverimento del linguaggio rivela non solo il rigetto del ceto dirigente, ma anche la richiesta di attenzione da parte di soggetti che si sentono esclusi dalla dialettica socio-politica”. 

Nella prossima legislatura il segretario del Pd, Matteo Renzi, ipotizza “l’istituzione di una Commissione d’inchiesta parlamentare, con i poteri della magistratura, sulle operazioni di disinformazione, meglio chiamarle così – dice Renzi – piuttosto che fake news, perché in Italia è accaduto qualcosa di organizzato, e ci andremo a fondo, chiamando testimoni, guardando i dati, interrogando le persone in una commissione”. E’ sempre positivo fare chiarezza su operazioni truffaldine. Resta il problema di come invertire quelle percentuali allucinanti sulla credibilità della politica. Purtroppo in questo caso non basta una commissione parlamentare d’inchiesta.

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