Il sentiero dei figli orfani – Intervista all’autore Giovanni Capurso

 

È la casa editrice Alter Ego, fondata nel 2012 a Viterbo da Danilo Bultrini e Luca Verduchi, a pubblicare il terzo romanzo dell’autore pugliese Giovanni Capurso, Il sentiero dei figli orfani (euro 14), che nelle sue 204 pagine narra la storia di un ragazzo, Savino Chieco, ma affresca anche il ritratto di un’epoca, facendo luce in particolare sulla vita e le abitudini di un paesino della Lucania, San Fele, dove appunto Savino vive.

Il libro, che è il racconto del passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza, vissuto da un giovane che si vede imprigionato in un’esistenza a cui sente di non appartenere, in un luogo in cui non si prospetta cambiamento, né futuro, ricorda agli adulti quali sogni splendevano nei loro giovani cuori. Un’opera che riflette sulla situazione ancora attuale dei ragazzi costretti ad emigrare dai loro paesi per potersi costruire un avvenire dignitoso.

Il Mezzogiorno ha intervistato l’autore Giovanni Capurso.

Com’è nata l’idea di scrivere un romanzo di formazione? 

È il genere che mi permette di veicolare meglio le tematiche che mi stanno a cuore.  Da professore di Filosofia condivido l’idea di Platone secondo cui attraverso la narrazione (data anche dal mito) sia possibile trasmettere un messaggio altrimenti difficile da comprendere. Un romanzo ha valore nel momento in cui genera una tensione etica o apre una riflessione morale. Oggi purtroppo la letteratura è invece sempre più orientata all’intrattenimento, chiara conseguenza della mentalità consumistica. Ma questa è un’altra questione.

Perché ha scelto questo genere letterario per raccontare la storia di Savino?

Il protagonista Savino scala i sentieri del suo paese adagiato come una farfalla su un monte come si scala la vita. Mi è sembrata una metafora efficace per spiegare come il cammino della nostra vita porti prima o poi alla possibilità di trovarci soli dianzi alle nostre scelte. E quest’ultimo aspetto, quello della responsabilità, è il confine sottile che separa la giovinezza dalla vita adulta.

Quanto è reale la storia che racconta?

Tutti gli scrittori in fondo raccontano in un modo o nell’altro qualcosa del loro mondo, che scrivano con una storia ispirata ad una storia vera o meno. Detto questo, di solito non mi ispiro a fatti realmente accaduti. Preferisco spaziare con l’immaginazione, anche se come detto certe suggestioni provengono dalla vita privata. In questo modo mi sento più libero di esprimermi.

Tre aggettivi per descrivere “Il sentiero dei figli orfani”.

Riflessivo, cosa che mi porto in dote da professore di Filosofia. Coraggioso, perché va controcorrente le mode della letteratura da consumo. Presuntuoso, nel senso che ha l’ambizione di sfidare il lettore con qualcosa di impegnativo. Chi leggerà Il sentiero dei figli orfani naturalmente avrà il diritto di smentirmi.

In che modo si distingue il nuovo romanzo dai suoi precedenti lavori?

In altre occasioni ho scritto più per un potenziale lettore come si può scrivere un thriller o un giallo. Questo romanzo invece l’ho scritto per me: avevo qualcosa da dire a me stesso. Tutti i personaggi che ho creato sono parti di me come in un puzzle, non nel senso biografico, ma come proiezioni del mio io; a partire dal protagonista, Savino, poi dal padre scontroso e che non mantiene le promesse e lo zio, il più colto della famiglia, ma che in un contesto così semplice di un paesino assume dei tratti bizzarri. Sono tutti personaggi in cui rivedo qualcosa di me stesso. E magari nella storia ci sarà anche qualcosa che vi ho proiettato inconsciamente.

Sta pensando di scrivere un altro libro?

Ho almeno tre quattro storie che mi ronzano nella testa. Questa fase può durare anni. Una è in fase di stesura da un annetto, sulla quale posso dire che affronta un tema di impegno e riscatto sociale e la cui protagonista è una giovane donna. Poi ho un saggio filosofico quasi ultimato. Vedremo tra i due quale andrà in porto per primo.

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