“Inferno 1860 – Un noir napoletano” Intervista a Marco Lapegna

 

È in tutte le librerie e sui canali online “Inferno 1860 – Un noir napoletano” di Marco Lapegna (400 pagine, € 18,00). Con questo poliziesco, che rientra nella collana Rosso&Nero delle edizioni Rogiosi, ci troviamo nella rovente estate napoletana del 1860. Mentre Garibaldi con il suo esercito di volontari risale la penisola e l’amministrazione del Regno delle Due Sicilie si avvia al disfacimento, l’ispettore di primo rango della polizia borbonica Gaetano Casagrande è incaricato di indagare su un delicato caso di duplice omicidio: i corpi senza vita di un’anziana venditrice ambulante e la moglie di un giudice appartenente all’alta aristocrazia napoletana vengono ritrovati nello stesso appartamento.

Il Mezzogiorno ha intervistato l’autore Marco Lapegna.

Com’è nata l’idea del libro?

Durante un infortunio che mi ha tenuto per un po’ a casa alcuni anni fa. Dopo aver letto un paio di libri ho provato a scrivere un racconto poliziesco ambientato ai giorni nostri che è piaciuto ad amici, colleghi e familiari, i quali mi hanno spinto a continuare. Contemporaneamente, anche sulla spinta della ripresa del dibattito sull’unificazione d’Italia a seguito dell’anniversario nel 2011, avevo cominciato a documentarmi su un periodo storico che mi ha sempre incuriosito, quello della scomparsa improvvisa del Regno delle due Sicilie. A quel punto due attività si sono fuse in un unico progetto che ha portato alla stesura di un romanzo poliziesco ambientato a Napoli nei mesi estivi del 1860. Si tratta di un periodo complesso e poco presente nella letteratura. Mi interessava esplorare i sentimenti e le sensazioni di chi ha vissuto quei giorni, caratterizzati da un cambiamento profondo nell’arco di pochi mesi, con tutta la struttura del regno che si dissolve, e la conseguente perdita di tante certezze. In ogni caso non si tratta di un saggio che intende dare una versione storica dei fatti. È un romanzo poliziesco dalla struttura classica, dove il protagonista è un ispettore della polizia borbonica, chiamato a risolvere uno strano caso di duplice omicidio. L’intero progetto tra preparazione, stesura e rifinitura mi ha tenuto impegnato per quasi tre anni.

Tre aggettivi per descriverlo.

Poliedrico: il romanzo può essere letto su piani differenti. C’è la vicenda poliziesca con personaggi di fantasia, ma ci sono anche vicende storiche e personaggi reali che hanno caratterizzato un periodo importante.

Moderno: parla di cambiamenti epocali come il periodo che stiamo vivendo in questi anni

Napoletano: la città di Napoli è forse la vera, grande protagonista del romanzo. Una città piena di vita abitata da abili artigiani, immigrati pugliesi, piccoli ladruncoli, guardie pigre e svogliate, preti reazionari, camorristi e nobili di alto rango.

Per il personaggio di Casagrande, a chi si è ispirato?

Il protagonista, Gaetano Casagrande, è un ispettore di polizia fedele all’istituzione per cui lavora, ma che si scontra con la burocrazia del regno e la corruzione dei colleghi. Nel 1860 la polizia rappresentava infatti la faccia feroce dei Borbone che avevano mandato in esilio o incarcerato centinaia di dissidenti politici negli anni precedenti ed era forse il settore dell’amministrazione dove la corruzione e i soprusi verso i deboli erano più diffusi. Egli vive tutto ciò con profondo disagio, ed alla fine si ritroverà dal lato sbagliato della storia, ma in ogni caso porta avanti l’indagine con determinazione, tra mille difficoltà che vanno dai disordini sociali, alla confusione nell’amministrazione, fino alle interferenze della camorra. Potrei dire Gaetano Casagrande è rappresentativo di chi cerca di perseguire comunque un obiettivo con ostinazione, nonostante le sue debolezze, il contesto sfavorevole e i grandi cambiamenti che lo circondano, evitando scorciatoie opportunistiche.

Per il suo libro, ha dovuto studiare e ricostruire le vicende storiche del 1860?

Ovviamente. Sono partito dal sorprendente testo di Raffaele De Cesare: “La fine di un regno” scritto nel 1900 che contiene una precisa cronologia degli eventi quotidiani, anche minori, accaduti a Napoli in quei giorni. La lettura di questo testo è stata forse la parte più divertente che mi ha permesso di costruire con sufficiente precisione lo sfondo della vicenda all’interno della quale calare i miei personaggi. Per la descrizione delle condizioni di vita del popolo napoletano nel XIX secolo ho poi preso spunto da “il ventre di Napoli” di Matilde Serao. Più impegnative sono state le letture di alcuni testi tecnici degli storici Paolo Macry e Angelantonio Spagnoletti per il contesto sociopolitico, e l’economista Paolo Malanima per l’economia e il costo della vita nel Regno delle due Sicilie. Interessantissimo e ricco di aneddoti e personaggi riguardanti la polizia borbonica e la sua organizzazione è stata la lettura del testo di Antonio Fiore “Camorra e polizia nella Napoli borbonica”. La consultazione di mappe dell’epoca, almanacchi, raccolte di leggi, voci enciclopediche, e registrazioni di trasmissioni televisive reperibili in rete hanno completato le fonti documentali.

Quali sono gli autori di romanzi polizieschi a cui si ispira?

Risponderei con il titolo del libro di Pirandello “Uno, nessuno e centomila”. Mi ritrovo a confermare una definizione sentita più volte che uno scrittore è prima di tutto un lettore. Esso legge storie di altri, che si accumulano nel suo subconscio e arricchiscono il suo immaginario, le metabolizza e le trasforma, fino a produrre qualcosa di completamente nuovo scritto con uno stile personale, ma dove è possibile trovare l’eco di tutto quello che ha letto. In questa ottica parlerei però di processo inconscio più che di ispirazione. Da questo punto di vista ho sempre apprezzato gli scrittori di gialli italiani, a partire dagli straordinari Fruttero e Lucentini e Umberto Eco, passando per Camilleri e Lucarelli, fino ad arrivare a quelli di ultima generazione come Manzini o De Giovanni. Costoro approfondiscono molto la caratterizzazione dei personaggi e le passioni umane che li muovono, all’interno di un contesto a noi familiare in cui è facile immedesimarsi, rispetto agli autori di altre tradizioni come quella inglese o quella nordica.

Cosa la affascina del genere del noir?

Il movente. Quella forza inconscia e incontrollabile, che sale lentamente come un’onda anomala e spazza via la sottile patina di civiltà con la quale ci illudiamo di vestirci ogni mattina. Leggiamo spesso sui giornali di delitti atroci, soprattutto in un contesto familiare, in cui la realtà supera la fantasia del più brillante degli scrittori. Potremmo allora condividere la stanza in ufficio o addirittura il letto dove dormiamo con il nostro assassino, senza saperlo. Questi omicidi ci appaiono inspiegabili, con un movente irrazionale se non si percepisce la fragilità della mente umana. Numerose sono le trasmissioni televisive di successo che trattano questi temi. A volte ne siamo attratti quasi come se fossimo coinvolti in prima persona. Forse è il lato oscuro della nostra anima, segreta e violenta, che entra in risonanza con quei delitti. Immaginare l’impensabile è forse il segreto alla base di romanzo noir.

C’è anche qualche riferimento ai giorni di oggi?

Sicuramente. La storia è come uno specchio in cui ci riflettiamo: l’uomo è sempre uguale nei secoli, con le sue ambizioni, le sue inquietudini, le sue passioni. Le nostre paure e le nostre speranze sono identiche a quelle dei nostri nonni. Il romanzo storico permette quindi di esaminare le dinamiche di un periodo e di riflettere sul presente. Ad esempio, oggi discutiamo sul ruolo dell’Unione Europea e sulle modalità di adesione. Allo stesso modo nel 1860 era forte il dibattito sull’adesione ad un progetto di unità nazionale. In forma federale come proponeva Cattaneo, repubblicana come proponeva Mazzini, di adesione ad un regno a guida sabauda come voleva Cavour, fino a quelli che oggi chiameremo sovranisti, cioè i fedeli alla dinastia dei Borbone.

Chi è la prima persona a cui ha fatto leggere il romanzo? E perché?

Mia moglie, lettrice più accanita di me e giudice severo.

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