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Allo Studio Z.e.n. sabato 19 settembre “‘O sanghe – l’ultima notte di Gennaro”, primo atto della rassegna teatrale Martyria, ideata e diretta da Antonio Mocciola

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Primo atto della rassegna teatrale “Martyria – La rivolta dei corpi santi”, ideata e diretta da Antonio Mocciola, in scena allo Studio Z.e.n. Art Hub di Napoli.

Arriva sulle scene “‘O sanghe – L’ultima notte di Gennaro”, il nuovo, potente testo scritto e diretto da Antonio Mocciola e interpretato da Giuliano Del Gaudio

Lontano dall’iconografia sacra e dalle celebrazioni folcloristiche, lo spettacolo indaga le ultime ore di vita di Gennaro, vescovo di Benevento, prima del martirio nel 305 d.C. Quello che emerge è il ritratto violento, carnale e disperato di un uomo di trent’anni privato di ogni dignità. La reclusione forzata diventa un’esperienza sensoriale devastante, in cui la carne risponde al terrore della morte e ai sussulti del desiderio senza che le mani possano intervenire per coprirsi, difendersi o asciugare le lacrime.

Dal buio della cella al fumo acido della Solfatara di Pozzuoli – tra geyser di zolfo e la terra che oscilla per il bradisismo – il dramma scivola in un delirio febbrile in cui il tempo si spezza. Gennaro diventa testimone del futuro, scagliando una feroce e lucida invettiva contro la Napoli contemporanea e contro l’uso strumentale del suo stesso sangue. Un’opera viscerale che spoglia il mito per restituirci l’uomo.

La trama

Nella penombra claustrofobica di una cella, a poche ore dalla sua esecuzione alla Solfatara di Pozzuoli nel 305 d.C., Gennaro (il futuro San Gennaro) è ridotto a pura materia biologica. In scena c’è un uomo di trent’anni, spogliato di ogni paramento sacro, con le mani strettamente legate dietro la schiena. Questa immobilità forzata trasforma il suo corpo in un campo di battaglia: esposto al freddo, agli insetti, all’umiliazione delle funzioni corporali e alle reazioni involontarie di un improvviso, carnale ricordo d’infanzia e di desiderio erotico.

Attraverso un dialogo serrato con un carceriere invisibile e le parole disperate rivolte al compagno di cella Sossio, Gennaro affronta il terrore primordiale della morte e l’impossibilità fisica di asciugarsi le proprie stesse lacrime o di portarsi la mano al cuore per pregare. Nel delirio febbrile causato dall’imminente martirio, la cella si deforma: la terra trema sotto i colpi del bradisismo e i vapori sulfurei della Solfatara diventano l’anticamera di un inferno geologico e temporale. In questo cortocircuito, la mente del condannato si spacca, proiettandolo in avanti nei secoli a guardare il destino del suo stesso mito e della città di Napoli, trasformando il suo sacrificio in una violenta invettiva contemporanea.

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