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Decision Lab – intervista al mentalista Luca Volpe

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“Decision Lab” è un esperimento scientifico-comportamentale condotto dal mentalista di fama internazionale Luca Volpe insieme a Francesco Russo, giornalista indipendente nel ruolo di garante. L’esperimento ha coinvolto tre partecipanti, coordinati in totale autonomia dal giornalista garante, senza alcun contatto reciproco o con gli analisti. Ciascun partecipante è stato chiamato a prendere decisioni personali basate su opzioni grafiche, cromatiche e concettuali. Parallelamente, le medesime informazioni e scenari sono stati sottoposti a quattro tra i più avanzati modelli di AI al mondo — Gemini, ChatGPT, Claude e Qwen — oltre che a Luca Volpe, che ha applicato tecniche di osservazione e psicologia comportamentale. Mentre i sistemi di Intelligenza Artificiale hanno elaborato modelli probabilistici basati sull’analisi sintattica e simbolica dei dati, l’approccio di Luca Volpe ha dimostrato la superiorità dell’osservazione psicologica e dell’intuito, con un riscontro anche sulla presenza fisica.

Il Mezzogiorno ha deciso di intervistare il famoso mentalista per saperne di più.

Benvenuto Luca Volpe sul nostro quotidiano. Decision Lab ha mostrato un tuo 100% di accuratezza contro il 66% dei principali modelli di IA. Qual è stato l’elemento fondamentale — quell’aspetto emotivo, di linguaggio del corpo o di contesto — che gli algoritmi non sono stati in grado di cogliere nelle scelte dei partecipanti?

Credo sia importante precisare che Decision Lab non aveva l’obiettivo di stabilire se un essere umano sia migliore di un’intelligenza artificiale. Si è trattato di un primo esperimento su un numero limitato di partecipanti. Detto questo, ciò che ho osservato è che le persone non prendono decisioni soltanto in base alla logica o alla probabilità. Ogni scelta è influenzata da emozioni, esperienze personali, convinzioni, desideri e dal modo in cui una persona percepisce sé stessa in quel preciso momento.

Nel mio lavoro come mentalista osservo da anni micro-comportamenti, incongruenze, reazioni emotive e dinamiche relazionali che spesso non emergono dai dati. L’intelligenza artificiale eccelle nell’analizzare grandi quantità di informazioni, ma in questo esperimento mi è sembrato che mancasse quella componente umana fatta di contesto, intuizione e osservazione diretta che può fare la differenza quando si cerca di comprendere una decisione individuale.


I modelli come ChatGPT e Claude lavorano su base probabilistica e analisi dati, mentre lei ha applicato la psicologia comportamentale. Crede che l’IA potrà mai “colmare il divario” sviluppando una forma di empatia sintetica, o l’imprevedibilità umana rimarrà sempre un terreno inaccessibile alle macchine?

L’intelligenza artificiale sta evolvendo a una velocità straordinaria e sarebbe imprudente sottovalutare ciò che potrebbe essere in grado di fare nei prossimi anni. Già oggi vediamo sistemi capaci di riconoscere schemi comportamentali estremamente complessi.

Tuttavia, l’empatia non è soltanto la capacità di riconoscere un’emozione. È anche esperienza vissuta, consapevolezza, sensibilità e capacità di attribuire significato a ciò che osserviamo. Non so se le macchine arriveranno mai a replicare completamente questi aspetti, ma credo che il punto più interessante non sia stabilire se l’IA possa diventare “umana”. La vera domanda è come esseri umani e intelligenze artificiali possano collaborare, valorizzando i rispettivi punti di forza.

L’imprevedibilità umana, inoltre, è parte integrante della nostra natura. È ciò che rende le persone creative, innovative e capaci di sorprendere persino sé stesse.


Viviamo in un’epoca in cui gli algoritmi influenzano sempre più aspetti della nostra vita: dalle informazioni che leggiamo alle scelte che facciamo come consumatori, professionisti o cittadini. L’obiettivo di Decision Lab non è mettere l’essere umano contro la tecnologia, ma ricordare che la responsabilità finale delle decisioni dovrebbe rimanere nelle nostre mani.

Nel presentare il progetto, ha sottolineato che lo scopo non era dimostrare la superiorità dell’uomo sulla macchina, ma far riflettere su quanto deleghiamo agli algoritmi. Qual è il messaggio principale che intende portare in aziende e università durante le prossime tappe itineranti del laboratorio?

Nelle aziende e nelle università voglio stimolare una riflessione semplice ma fondamentale: l’intelligenza artificiale può essere uno straordinario strumento di supporto, ma non dovrebbe sostituire il pensiero critico, la creatività, il giudizio etico e la capacità di comprendere le persone.

Più che chiederci cosa l’IA possa fare al posto nostro, dovremmo chiederci come utilizzare queste tecnologie per prendere decisioni migliori senza rinunciare alla nostra autonomia.


Come membro del prestigioso Magic Circle di Londra e pioniere di questo esperimento, come vedi l’evoluzione del mentalismo oggi? L’Intelligenza Artificiale diventerà uno strumento di supporto per la psicologia applicata e la magia, o una potenziale “rivale” da cui difendere la mente umana?

Credo che il mentalismo stia vivendo una fase estremamente interessante. Per decenni il pubblico si è chiesto quanto fosse possibile comprendere il comportamento umano; oggi la stessa domanda viene rivolta all’intelligenza artificiale. Questo rende il mentalismo più attuale che mai.

Personalmente non considero l’IA una rivale. La considero uno strumento. Come ogni tecnologia, può essere utilizzata per ampliare le nostre capacità, per studiare meglio i processi decisionali e per creare nuove forme di interazione ed esperienza.

Il rischio non è l’intelligenza artificiale in sé, ma l’idea di delegare completamente ad essa la nostra capacità di osservare, comprendere e decidere. Il mentalismo, in fondo, ci ricorda proprio questo: dietro ogni scelta c’è una persona, con emozioni, valori e una storia unica. E credo che questa dimensione umana continuerà ad avere un valore enorme anche nell’era dell’AI.

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