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“Nel profondo delle tenebre” di Maurizio Parlati

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di Virgilia Curci

L’immaginazione come esercizio rigoroso, il ritmo teatrale che si fa parola e una realtà che nasconde, tra le sue pieghe, le Corti della magia. Con il romanzo Nel profondo delle tenebre, edito da Homo Scrivens nella collana Direzioni immaginarie, l’attore, regista e sceneggiatore Maurizio Parlati firma un’opera sorprendente, capace di fondere con assoluta maestria le regole del poliziesco investigativo alle atmosfere dell’Urban Fantasy.

Maurizio, in che modo la sua esperienza nel mondo del teatro e della serialità visiva ha influenzato il ritmo e i dialoghi di questo romanzo? Ha visto le scene come se le stesse girando?

La mia formazione teatrale ha influenzato profondamente il modo in cui scrivo, soprattutto attraverso il mimo. Sono diplomato mimo attore lirico concertistico e ho dedicato molto tempo allo studio del mimo corporeo astratto, in particolare attraverso il lavoro di Étienne Decroux. Per me la visualizzazione è alla base del processo creativo. Tengo molto a distinguere la fantasia, che associo maggiormente alla fantasticheria, dall’immaginazione, che considero un esercizio più rigoroso e consapevole. Immaginare significa dare forma al pensiero, renderlo concreto e credibile anche quando rappresenta qualcosa di impossibile. Un altro elemento fondamentale è il ritmo, che considero il primo e più emblematico aspetto della vita. Ogni sua manifestazione possiede un ritmo, a cominciare dal pensiero. In teatro potrei disegnare un personaggio attraverso la sua camminata, l’inclinazione della colonna vertebrale o lo spostamento del baricentro. In un romanzo, invece, utilizzerei soprattutto i dialoghi, perché sono le parole a restituire la forma e il ritmo del pensiero di un personaggio. Il dialogo, quindi, non serve soltanto a comunicare informazioni, ma a definire l’identità di chi parla. E sì, quando scrivo visualizzo le scene, i movimenti e le azioni dei personaggi. Più che immaginare di girare un film, cerco di dare vita a qualcosa che possa esistere nella mente del lettore.

Siamo di fronte a un solido impianto Urban Fantasy. Come è nata l’idea di fondere le indagini poliziesche con le antiche Corti della magia?

La combinazione nasce dal desiderio di collocare il fantastico all’interno del nostro mondo, come una dimensione nascosta della realtà, della quale la maggior parte delle persone ignora l’esistenza. L’indagine poliziesca offre un punto d’accesso ideale: si parte da un delitto, da indizi e sospetti concreti, per scoprire gradualmente che alcune risposte si trovano ben oltre i confini di ciò che consideriamo possibile. È proprio il percorso compiuto da Elena. Le Corti della magia, però, non rappresentano semplicemente una versione esoterica del conflitto tra buoni e cattivi. Incarnano due differenti concezioni del potere, legate rispettivamente all’ordine e al caos, con interessi, ambizioni e contraddizioni profondamente umane. Questo incontro tra mondi apparentemente inconciliabili mi permette anche di esercitare la parodia, giocando con le convenzioni del poliziesco e del fantasy. In fondo, persino chi è capace di manipolare le energie dell’universo può essere meschino, ridicolo o terribilmente prevedibile. I poteri cambiano, ma certe miserie umane restano sempre le stesse.

Per descrivere l’asta esoterica sull’isola del Conte De Avila e i reperti magici, ha fatto ricerche su veri miti, leggende o tradizioni occulte, oppure ha preferito creare un sistema magico completamente originale?

Per i reperti ho mescolato elementi storici e invenzione. Lo shotel, per esempio, è un’arma etiope realmente esistita, ma il potere del Divora Pensieri appartiene alla fantasia. Altri manufatti, come le opere attribuite al misterioso Alga, sono invece creazioni narrative. Per il sistema magico mi sono ispirato, molto liberamente, a suggestioni provenienti dalla fisica teorica, come la teoria delle stringhe. Ho immaginato l’universo come una trama di elementi infinitesimali in continuo movimento, una sorta di fluido che attraversa ogni cosa, creando connessioni. Gli universi paralleli, nella mia immaginazione, assomigliano a infiniti drappi di tessuto che ondeggiano vicinissimi, sfiorandosi senza mai toccarsi. Ogni universo differisce appena da quelli immediatamente adiacenti, ma l’accumularsi di variazioni minuscole può condurre a mondi inconcepibilmente diversi dal nostro. In uno di questi, la capacità di percepire e modificare la Trama potrebbe essere una caratteristica naturale dei suoi abitanti. La magia sarebbe quindi una facoltà aliena, introdotta nel nostro universo da entità provenienti da altrove. Gli esseri umani non sono naturalmente predisposti a esercitarla, ma un mago può modificare il Flusso di un altro individuo, rendendolo capace di percepire e manipolare la Trama. Naturalmente non si tratta di una teoria scientifica, ma di una costruzione fantastica attraverso la quale ho cercato di dare alla magia una logica interna.

Il titolo del romanzo suggerisce un viaggio non solo letterale nei misteri di Corelli, ma anche interiore. Quali sono le tenebre più pericolose che i suoi protagonisti devono affrontare?

Le tenebre più pericolose, per come le intendo, sono quelle generate dall’assenza. Non parlo soltanto di ciò che abbiamo perduto, ma anche di un’origine che ignoriamo, di una memoria che non possediamo o di una possibilità che non ha mai trovato il modo di realizzarsi. Questi vuoti non restano immobili: condizionano desideri, scelte e paure. Leonardo ne è l’espressione più estrema: possiede un potere immenso, ma non sa da dove venga e fatica a individuare una destinazione. Elena attraversa un’oscurità differente, perché l’indagine la costringe a mettere in discussione ciò che credeva di sapere sul mondo, senza rinunciare al proprio metodo e al proprio giudizio. Per altri personaggi sono invece la paura, il bisogno di controllo e le ambizioni a trasformarsi in tenebre. Il fantastico mi permette di dare corpo a questi conflitti, ma non li rende meno umani. E talvolta persino il modo che troviamo per sopravvivere a un’assenza rischia di diventare una nuova prigione.

Elena e Leonardo sono due opposti: la razionalità della legge contro l’imprevedibilità della magia. Li hai pensati fin dall’inizio come due forze destinate a scontrarsi o c’è un punto segreto in cui si assomigliano?

In realtà, credo che il presupposto della domanda sia in parte ingannevole. Leonardo non rappresenta affatto l’irrazionalità della magia contrapposta alla razionalità della legge. Al contrario, è ferocemente razionale, quasi meccanico nel suo modo di pensare. Calcola, anticipa, costruisce scenari, cerca continuamente di vedere oltre. Se talvolta appare folle, è proprio perché spinge il ragionamento al di là dei confini dell’etica e della morale comune. Questo atteggiamento deriva dalla sua condizione di essere spezzato, al quale mancano alcune parti che ha sostituito con un vissuto alieno, estraneo ai nostri riferimenti morali. A volte gli mancano dei pezzi, altre volte ne possiede più di chiunque altro nella stanza. E qualche volta uno di quei pezzi appartiene a un altro puzzle, senza che lui se ne renda conto. Elena, d’altra parte, non è rigidamente vincolata alle regole ed è capace di aggirarle quando ritiene necessario farlo. Con Leonardo condivide l’intelligenza, l’ostinazione e una certa insofferenza verso le imposizioni. Ciò che li distingue è soprattutto il rapporto con la morale e con le conseguenze delle proprie azioni. Non li ho mai immaginati come due forze destinate a scontrarsi, ma come due persone capaci di comprendersi, pur guardando il mondo da prospettive profondamente diverse.

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